Il Codice dell’Anima: il Vuoto, il Fruscio e il Senso della Vita
E se alla nascita ogni individuo fosse lasciato libero di essere sé stesso? E il nostro senso di disorientamento fosse causato da una lettura errata del sistema di controllo?
C’è un grande caldo in questi giorni, un’afa che innervosisce e non è raro incontrare volti disorientati, perplessi, confusi. Stanchi. La natura sta inviando i suoi segnali: il problema è che l’uomo non è più in grado di afferrarne il significato.
Abbiamo perso la capacità di comprendere il linguaggio universale del corpo, del cielo, dell’ambiente in cui viviamo. L’esistenza ci chiede di rallentare, ma anziché fermarci, anziché ascoltare, le nostre reazioni si amplificano: l’ansia, l’agitazione e la reattività sono diventate la norma, la nuova interfaccia con il mondo.
In questo caos, il criterio del potere fattivo si è dilatato fino a svalicare. La comunicazione diventa un’arma tagliente e relega la capacità di relazionarsi al prossimo evento, magari, a momenti migliori – sperando ce ne siano.
Sta di fatto che se “qui e ora” l’abbandono al degenero ha la meglio, il momento successivo per placare l’animo potrebbe non arrivare mai. Un dettaglio a parer mio da non sottovalutare.
Accettare che, dietro a questo immenso sforzo di adattamento al ritmo collettivo, pulsi ancora un’anima è un’ammissione che suona decisamente troppo banale. Eppure è così. Dietro a un’apparenza perfetta, a un’estetica impeccabile, a una camicia alla moda stirata e all’ultimo taglio social dal parrucchiere in centro, c’è una sofferenza che pochi osano ammettere. Una dissonanza tra ciò che siamo e ciò che ci hanno insegnato a performare.
I Contraddittori: la Gabbia dell’Imitazione
Alcuni potrebbero obiettare che siamo già esseri liberi, che abbiamo scelto noi il nostro destino. I più scaltri sono pronti a sfoderare il loro sorriso più cinico. Ma probabilmente nessuno arriverebbe a 30, 40 o 50 anni arrovellandosi ossessivamente su quale sia “lo scopo della vita” se fosse libero di esercitarla e, quasi per certo, saremmo tutti esattamente dove dovremmo essere. Ma ahimè siamo incastrati in una Matrix nemmeno troppo invisibile: uno spazio di condizioni e limiti mentre i nostri occhi vengono ingannati da sfarzo e opportunità.
Ma funzioniamo per imitazione, e questo è il vero problema. L’essere umano passa la prima parte della vita a costruire una gabbia perfetta per essere accettato, amato, acclamato e la seconda metà a cercare disperatamente di scardinarla perché, semplicemente, si accorge di non avere più aria da respirare.
Siamo sprofondati nell’IO, e il senso dell’IO è un prodotto culturale. Una mente razionale al servizio della civiltà, della costruzione e del mantenimento di una società in cui fatichiamo a trovare uno spazio integro, sicuro, nostro.
Basterebbe disconnettere una parte del nostro sistema biologico e iniziare a vivere ascoltando solo l’intuito e la presenza. In questo modo l’esistenza riacquisterebbe il suo vero significato: esistere. Mentre oggi “vivere” menziona procedure e paranoie da superare: sorge spontaneo chiedersi se mai l’essere umano sia davvero nato libero o, quanto meno, con una certa convinzione di esserlo.
Ovvio è che certi ingarbugliamenti mentali non riguardano chi trova un evidente appagamento nell’inquadramento collettivo ma chi si chiede, di tanto in tanto: “Ma qual è lo scopo della vita?”.
Il Fruscio delle Stelle del Mattino
Esiste un momento, forse uno dei più terribili nella vita, in cui al mattino ti svegli, apri gli occhi e ti rendi conto di non essere felice. Ti senti perso come se fossi inghiottito da un senso di vuoto distruttivo.
Quello è il racconto del Fruscio delle stelle del mattino.
È il momento in cui l’Anima parla e incontra il “Guardiano del Cancello”.
L’Anima si avvicina al custode portando con sé un’aria triste, delusa, sofferente. Il Guardiano la osserva e le pone una domanda:
“Cosa ti inquieta tu che vieni dal fruscio delle stelle?”
L’Anima risponde con incertezza, come se non riuscisse a comprendere il senso di quelle parole. Il Guardiano le pone nuovamente il quesito ma in forma diversa:
“Cosa vorresti che non hai, per essere felice?”
L’Anima elenca ogni sua necessità e il Guardiano intento a proseguire il suo lavoro la interrompe con insofferenza:
“E allora, cosa ti impedisce di avere ciò che vuoi?”
E se ne va…
Abbiamo Perso la Missione dell’Anima
Trascorriamo il nostro tempo a fare calcoli basati su vantaggio o svantaggio: ci sentiamo sempre più inutili e ingenui. Calcoli che tutto sommato non vanno a vantaggio di nessun miglioramento personale ma in realtà mantengono in continua allerta il sistema nervoso e, poco a poco, riescono a disintegrare quel poco di stima che rimane di noi stessi.
La vita ci ricorda che le scelte migliori arrivano dal profondo, da un’accurata riconnessione interiore. Dal nostro intuito, dalla nostra vera personalità.
Il caldo, la forte emotività amplificata dalla lentezza del periodo, richiamano il bisogno di calma e di tranquillità. Un senso di accudimento materno, simbolico ma anche personale. Un tornare a occuparsi di sé stessi, della propria natura corporea, nei gesti, nei momenti di solitudine, di meditazione animica.
Sentiamo il bisogno di occuparci del nostro spazio vitale e di ristabilire un equilibrio con noi e i nostri averi. Un senso del valore che non ha bisogno di testimoni, né di conferme esterne, per esistere.
Ma oggi per convincerci a cambiare abbiamo bisogno di strattoni violenti. Non basta solo volerlo, non è sufficiente saperlo, abbiamo bisogno di un atto di disubbidienza forzata. E sembra quasi che l’unico modo che la natura abbia inviato al sistema nervoso sia proprio quello dell’esasperazione.
Un momento estremamente elettrico da una parte, e immensamente emotivo dall’altra: la vita ci chiede una ribellione, una scossa, ma per farlo abbiamo bisogno di connetterci con la missione della nostra anima. Con il nostro daimon.
Chi siamo dietro a tutta la nostra apparenza, ai compiti eseguiti, alla sofferenza trattenuta, agli occhi abbassati. Chi siamo?
Filo Diretto con la Natura
Il caldo, i disguidi nei trasporti e nelle comunicazioni, la malinconia, i ricordi, i sogni ci daranno nel prossimo mese il tempo per “impazzire”, scoppiare e ricalibrarci: un faccia a faccia con il nostro senso di vuoto per “calmarci” e tornare a esistere.
L’ansia allontana dall’anima, dal centro, dalla presenza. Chiude i canali sottili e da esseri divini e percettivi diventiamo ottimi programmatori al servizio di una forma mentis forse neppure nostra. Ognuno di noi ha una missione in questo mondo e il daimon ci bisbiglia all’orecchio per rimetterci sulla strada di quella stessa missione.
Se non ci fossimo persi nelle approvazioni, non arriveremmo con questa fame di senso. Ma l’adulto che si pone la domanda non sta fallendo: sta finalmente iniziando l’opera di un risveglio.
Ognuno è destinato a vivere il proprio cammino: c’è chi vive solo per produrre, agire e competere ma si trova su una linea della vita che non gli appartiene. Si limita a replicare un copione. C’è chi invece mantiene — o ritrova — la presenza interiore e impara a farsi guidare dalla propria voce profonda, smettendo di scambiare il fare con l’esistere.
Il senso della vita, per chi ha il coraggio di guardarsi dentro, diventa allora proprio questo: il viaggio di ritorno verso ciò che siamo sempre stati prima che il mondo ci dicesse chi dovevamo essere. Da non confondere lo scopo con l’obiettivo, ben più deleterio per un essere umano. Agire rischia di sovraccaricare di stress e aspettative.
Bisognerebbe vivere “qui e ora” e scegliere semplicemente lo spazio dell’esistenza in cui si vorrebbe vivere e credersi già dentro quello spazio.
Forse abbiamo bisogno di lasciarci liberi di essere. Un’impresa impossibile? Solo se crediamo che lo sia.