Un Viaggio al Centro di Sé
Vi siete mai chiesti cosa significhi veramente intraprendere un percorso interiore? Quante volte ce lo sentiamo dire e quanto spesso annuiamo tra noi e il nostro sé in cerca di una risposta dall’alto o di una definizione quanto meno razionale di cosa significhino davvero queste due parole: percorso interiore.
Capita a tutti, prima o poi, di leggere o di sentir dire che un semplice starnuto o il sublime orgasmo siano due momenti di totale presenza interiore. Due eventi fortuiti in cui l’essere umano comprende, anche solo per un istante, cosa significhi esistere nel momento presente. E molti di voi – volenti o nolenti – avranno provato almeno una volta nella vita la percezione che, in quei momenti, qualcosa accadesse davvero.
La sensazione è quella di essere completamente distaccati dal tutto, quasi sospesi: il tempo si ferma e lo spazio si intensifica. E voi perdete completamente l’identificazione in voi stessi. Restate lì per un breve istante in cui tutto è etereo, immenso, impalpabile. Non esiste nulla: solo voi e la vostra presenza.
Una sensazione di pace e di connessione profonda. Tutto è così come deve essere. Quasi come fosse un nulla, ma dannatamente totalizzante. Un istante di immensità e di vuoto. Pochi secondi diventano la chiave di apertura di un mondo che non resta solo vibrazione ma anche concretezza. Nel momento in cui scegliete di renderlo parte del vostro passaggio su questa terra ne diventate fautori. Una connessione profonda, radicata, solida. Potente.
Ma perchè quei pochi secondi restano semplicemente… pochi secondi?
Il problema si rivela quando questa profonda connessione viene vissuta in totale inconsapevolezza. Senza porsi domande, senza accettare dentro di sé che qualcosa, in quei momenti, è cambiato.
Addestrare la Mente alla Consapevolezza
Provate a pensarci. Quanto di quello che ragionate, pensate, analizzate ogni giorno è il riflesso di un libero arbitrio e quanto invece vi saltella nella testa come fosse un semplice diritto farlo. Ritrovandovi alla sera con quella strana sensazione di non aver vissuto nemmeno un istante della giornata appena trascorsa. Pensate ora se doveste improvvisamente spogliarvi di ognuno di quei pensieri. Dei vostri ruoli di appartenenza, della vostra identità: la professione, la famiglia, le amicizie… Svuotati dei beni, degli attaccamenti e di tutto ciò che vi circonda, e vi identifica, sapreste dare un significato a voi stessi?
Vi siete mai chiesti: “Ma io, al di là di tutto, cosa sono? Chi sono oltre ai ruoli, all’immagine, alla facciata costruita in anni di convinzioni, di compromessi e di aspettative?”
Ebbene. Il viaggio spirituale è questo: un viaggio all’interno di sé stessi. E per farlo, dobbiamo porci delle domande. Un viaggio difficile, certo: costellato di imprevisti, trabocchetti e di scoperte scomode che fanno riflettere. Un viaggio che solleva paure, rivela ostacoli. E il più delle volte ancor prima di affrontarlo ci sentiamo già pronti a svignarcela – certi che questa roba poi così utile non sia. La verità è che più passa il tempo, più grande è il disagio. Non tanto con quanto c’è là fuori, ma piuttosto con ciò che abbiamo dentro.
Ecco perchè forse vale sempre la pena almeno provarci.
Prima di decidere, e poi di intraprendere un percorso interiore, è essenziale uno strumento fondamentale ed è senz’altro il nostro grado di consapevolezza. La visione non si limita più solo all’esteriorità dell’evento stesso ma alla comprensione che dietro ogni fatto esiste una dimensione a noi ignara, ma reale più di quanto non sia reale la realtà stessa.
Il modo più semplice per praticare la consapevolezza è l’attitudine alla meditazione, intesa non tanto come approccio mistico, ma quanto la risolutezza a chiedersi in ogni contesto, quali sono le emozioni che stiamo provando e per quale motivo la vita ci mostra gli eventi che stiamo vivendo.
È cosi che parte un percorso interiore: dalle domande. Chi sono? Cosa provo? Cosa accade intorno a me. Dal riconoscere le emozioni che ci attraversano e gli avvenimenti in cui siamo immersi. Dal comprendere quanto tutto questo sia semplicemente parte di noi. Il riflesso di qualcosa che abbiamo già al nostro interno. L’invito è accettarlo in quanto tale.
“La via non è in grado di proporci alcun avvenimento che non trovi, nel nostro modo di percepirlo, una rispondenza precisa con ciò che abbiamo già dentro di noi. Di ciò che la vita ci propone non c’è nulla che possiamo accogliere serenamente, se non c’è già dentro di noi un po’ di serenità.”
Il Paradosso del Dolore e della Riconnessione
La vita, nella sua neutralità, utilizza spesso eventi drammatici o perdite (una forma di "piccola morte" o l’incontro con essa) come strumenti per costringerci a riconnetterci al nostro sé essenziale. È un richiamo violento ma necessario. Solo di fronte alla potenziale perdita o al dolore lancinante, rivalutiamo l’importanza dell’amore, della convivialità semplice, della crescita personale e della pura esistenza. È come se il richiamo della morte, o del dolore estremo, fosse l’unico modo per spezzare l’inerzia dell’automatismo e ricordarci che siamo vivi adesso.
Il lavoro interiore non è un tentativo di scongiurare il dolore, ma di prepararsi ad accoglierlo, comprendendone il significato come insegnamento, non come punizione. L’obiettivo ultimo non è eliminare il dolore o cercare una felicità superficiale, ma raggiungere uno stato di totale accettazione in cui l’esistenza è percepita nella sua interezza, oltre le categorie di positivo e negativo. Vita e Morte, in questa prospettiva, non sono opposti, ma due facce inseparabili del viaggio. Vivere con profonda consapevolezza e presenza significa onorare la vita sapendo che è limitata, rendendo così la Morte non un nemico da evitare, ma un orizzonte che dà forma e intensità a ogni istante.
A volte è paradossale come un evento doloroso, una perdita, una situazione drammatica siano necessari per riconnettersi al senso del nostro sé. Come se per rivalutare l’importanza della vita, qualcosa debba ricordarci attraverso un dolore straziante, quanto la vita sia importante. Quanto sia importante amare, godere delle piccole cose, passare del tempo con chi amiamo, elaborare la rabbia, dare importanza alla piacevolezza semplice, alla gratitudine spontanea, alla solitudine come crescita.
Eppure a volte, per risvegliarci, abbiamo bisogno di salutari scossoni pronti a ricordarci con drammaticità e violenza, l’importanza dell’esistere.
“È come se avessimo bisogno di tanto in tanto, di incontrare la morte, per renderci conto dell’importanza della vita.”
Inutile farsi artefici di chissà quale scaramanzia pur di non toccare certi tasti dolenti. Ma la verità non può sfuggirci in eternità e la resa dei conti tutto sommato è questa. Più temiamo di vivere e più temeremo la morte. Paradossale ma vero. E così riempiamo i nostri silenzi con conversazioni effimere, occupiamo il nostro tempo con azioni che per la maggior parte odiamo. Nascondiamo a noi stessi il rifiuto per tutto quello che appare “non conforme” ai conformismi attuali.
L’atteggiamento della maggior parte delle persone è quello di non pensarci, sfuggire dalle evidenze, ricoprire un immagine di ottimismo che più che fede diventa gongolamento alla banalità. Mancano gli strumenti. Manca la consapevolezza. Manca l’intenzione di intraprendere un percorso seriamente condotto, fatto di riscoperta della gioia attraverso la pura essenza. Manca la connessione a sé.
Il senso del lavoro interiore consiste nel comprendere se ci è dato comprenderlo, il senso dell’esistenza. Prepararsi a evenienze negative e rivalutarne il significato. A coglierne, anche nell’estremo dolore, l’aspetto dell’insegnamento. Per arrivare a un punto di totale accettazione in cui non esiste più il conforme o l’inadeguato ma il solo essere, qui e ora.
Quello che l’esistenza ci propone non arriva per abbatterci o sollevarci: in sé la vita è neutrale. Non esistono “cose” belle o brutte: sostanzialmente ciò che le rende tali è il nostro modo di elaborarle e filtrarle in quel determinato momento. E anche se la vita appare come un impervio cammino fatto di sfide, chi più chi meno ognuno di noi si trova a viverla così. “Sono cose che accadono” ci si potrebbe convincere così: facciamo passare il tempo, sistemiamo le ferite, voltiamo le spalle e ci auguriamo non accada più nulla da qui all’eternità. Aspettative plausibili? O autoconvincimenti nel vivere una vita solo osservata ma mai realmente vissuta. Punti di vista certo. Stati d’animo differenti, posizioni altrettanto difformi.
Come al solito non c’è nulla di giusto o sbagliato. Ma c’è un unico centro a cui far fede: il nostro. Poiché alla fine l’unica vera somma la tiriamo con noi stessi e la nostra vita.