Il Vino, il Silenzio e l’Amore: Prepararsi a Ricordare
C’era un detto, un tempo, che suonava pressappoco così: “Diffida di chi non beve: dichiara di aver molto da nascondere”. Lungi da me l’intenzione di difendere l’alcolismo o di sproloquiare in favore di pratiche dissolute.
È però innegabile che, là dove un buon bicchiere di vino viene rifiutato senza motivo apparente, le possibilità di conversazione si fanno d’un tratto più complesse e, per certi versi, meno interessanti.
Non si parla qui di un semplice beverage o di un cocktail alla moda, bensì di quel nettare divino che i grandi spiriti del passato – da Socrate a Platone ai filosofi nordici, di cui Søren Kierkegaard e Arthur Schopenhauer – solevano invocare come compagno ideale per discorsi elevati.
Di questo, dunque, intendo ragionare: della vita degli dèi e di quanto sia necessaria una dose sufficiente di buon vino per affrontare con serietà temi come l’amore e altre realtà altrettanto verosimili.
La Tirannia della Fretta e l’Eternità del Ricordo
Tuttavia, tutto non inizia con una fine, come siamo soliti pensare nell’epoca dell’immediatezza. Oggi ciò che conta è il risultato, il metodo, la conclusione. Eppure, ci siamo mai chiesti come mai la fretta di raggiungere, di avere e di vivere lasci indietro proprio la bellezza del dettaglio, la cura della preparazione, il senso profondo delle cose?
Con gli anni abbiamo imparato che memoria non significa necessariamente ricordo, e che vale anche il contrario. Andare a memoria equivale a registrare un dato freddo, riproducibile ma privo di emozione, calore, immagini, sensazioni. Ricordarsi, invece, è un’esperienza viva, sensoriale, capace di rievocare un intero mondo interiore. Quanto maggiore è la preparazione a un qualsiasi evento della nostra esistenza, tanto più intensa e piacevole sarà la percezione di quel ricordo, custodito come parte di un vissuto ben costruito e degno di essere richiamato fino alla fine dei nostri giorni.
Ahimè la fretta non è un vantaggio per nessuno: quello che potrebbe essere un ricordo vivo e appagante si riduce in un insignificante dato confuso con altrettanti.
L’epoca del tutto e subito ne limita l’allestimento, il preparativo, il ricreare l’atmosfera. E quando si riduce il potenziale di un evento ordinario per fretta, a livello percettivo quell’azione appare come un unico ricordo in una quantità di tempo circoscritta. Come se il tempo si restringesse e la vita si annullasse.
Per questo è tanto importante non lasciar nulla al caso e non gettare nelle fauci della fretta la maggior parte della vita. Dobbiamo arricchire di dettagli le nostre iniziative, rispolverando il romanticismo, l'ebbrezza, i suoni, la location, lo stato di esaltazione e la placidità. Poiché tanto più è vissuto il “qui e ora”, tanto ne risulterà amplificata la nostra stessa percezione del vivere.
Costruire un ricordo vivido ne allontana il puro dato: quella malefica sensazione di piattezza che serpeggia nella vita stessa.
Ma come possiamo accorgerci di tutto questo? Come sempre, facendo silenzio. È solo nello spazio del silenzio che possiamo riscoprire un foglio bianco sul quale abbozzare i ricordi più eterni.
Il Calice e la Verità: La Metodicità del Silenzio
E qui torna il punto centrale: quanto è simile l’ebbrezza delle prime gocce di alcol al semplice udire dell’immensità del silenzio? La similitudine è profonda, così come la piacevolezza nel volersene ricordare. Perché è solo percependo questi primissimi istanti che possiamo spegnere le urla del mondo e ascoltare la nostra anima, il nostro essere più autentico.
Chi di voi ha saputo radicare in sé quella sensuale piacevolezza delle prime gocce di vino versate in un calice, in un ambiente appartato con le luci soffuse? In quell’istante, i fumi dell’alcol e l’atmosfera ricercata creano una miscela di apertura e rilassamento in cui lentamente i recinti cadono, le maschere si sgretolano, la lingua si scioglie.
In vino veritas è l’antica esortazione a tenere discorsi di verità, spogliati di ogni limite e di ogni trasparente falsità. E qui sta la parte fondamentale: non si può concedere alla verità di palesarsi senza una cornice adeguata, perché quella stessa verità deve diventare parte di un ricordo da custodire gelosamente.
L’Amore tra Ebbrezza e Illusione
E se l’inebriante ebbrezza del vino non è dissimile dalla pacatezza del silenzio, quanto potrebbe essere paragonabile all’innamoramento resta ancora da scoprire. Chiarite le premesse e accertate le metodologie, è bene dichiarare quanto solo se si avverte quel senso di leggerezza e voluttà che il vino dona, possiamo parlare di amore con una certa serietà.
Ma la domanda è “Cos’è l’amore?” e spiegarlo potrebbe rivelarsi inspiegabile: potrebbe essere tutto e, al tempo stesso, una totale contraddizione. Ebbene, quel che resta della domanda “Che cos’è l’amore”, i più dei tanti potrebbero alzare gli occhi al cielo e piroettare il capo a destra e manca in cerca di un appiglio per rispondere a una domanda così semplice ma inspiegabile.
Nel Simposio Platone parla di amore con Amor del bene: di ciò che è bello. E trascende la passionalità come dettaglio da non contemplare. Ma se l’amore non ha spiegazione e l’uomo è stato diviso a metà sempre in cerca di sé, come afferma Aristofane, l’amore avrebbe ragione di rendere ridicolo chi lo prova. Ancor più incoerente sarebbe ridurre l’amore al semplice amabile. Ma quel che è certo nell’incerto è che l'amore è inspiegabile.
Quando un uomo è innamorato lo si capisce dal balbettio; quando una donna è innamorata lo si intravede dal sorriso. I volti si illuminano. Gli incontri diventano i preparativi per l’eternità. La follia dell’amore è tanto simile all’ebbrezza del vino: entrambe ti fanno dire cose di cui non parleresti senza i filtri della ragione e i muri ben abbassati.
Accanto a tale meraviglia cammina di pari passo un inganno inevitabile: l’amore rifiutato. Tutti vogliono amare, ma nessuno sa davvero cosa significhi amare. Ancor più ridicolo è credere che il proprio legame sia unico e prezioso, impacchettandolo come cimelio dell’eterno.
L’Amore: un Ricordo o la Finzione di esso
Schopenhauer afferma che non esiste libero arbitrio nell’amore e nell’innamoramento. Anzi, l’amore e l’innamoramento sono invenzioni della mente umana: non vi è alcun filo di emozione autentica, bensì soltanto l’opera e il progetto di una Natura che vive per se stessa e non per sentimento.
Gli amanti, ignari e assuefatti dall’amore stesso, continuano i loro amoreggiamenti tra eternità e appartenenza, morendo prima una volta e poi l’altra, in questa comica ma letale tragedia dove un andirivieni di metà si uniscono, prima per completarsi e poi per sostituirsi a un’altra eterna amabile metà.
Così, tra il calice di vino che apre le porte alla verità, il silenzio che permette di ascoltarne l’aldilà e l’amore che ci rende al tempo stesso immortali e ridicoli, si dipana il filo sottile di un’esistenza degna di essere ricordata.
Al di là dell'inganno e del ridicolo, resta il dovere di onorare non solo i momenti nobili, ma anche le ferite e le illusioni, perché è proprio nella loro interezza che risplende la vera bellezza dell’esperienza umana.
E se la vita rimane una, festeggiare con solerzia non è da dimenticare.
Prepariamo con cura ogni istante. Agghindiamo le tavole con piacevolezza e amore. Adorniamo i minuti della vita come opere d’arte della mente. Perché solo così il ricordo non sarà mero dato, ma un’esperienza viva che ci accompagnerà oltre la soglia del tempo.
“Un homme qui ne boit que de l’eau a un secret à cacher à ses semblables.”– Charles Baudelaire –