La Solitudine come Stile di vita

Non so quando ho smesso di chiedermi cosa pensassero gli altri delle mie serate da sola. Delle mie foto postate di cene solitarie con tanto di tacco e vino rosso. Dei miei weekend senza programmi socialmente accettabili, bellamente rimpiazzati da una bici, una birra e le location meno affollate sulla faccia della terra. E a dire il vero, forse ancora oggi, ogni tanto, quando mi guardo con gli occhi del mondo mi chiedo: “Chissà cosa penseranno di me…” 

Lasciamoli pensare: forse loro non hanno ancora intuito quanto sia prezioso il lusso di scegliere chi far entrare e chi no nella propria vita.

Capita di ritrovarsi improvvisamente sole. Vuoi per scelte consapevoli. Vuoi perché siamo reduci da un matrimonio ormai finito. Da una relazione che ha fatto il suo tempo. O da un’esistenza che, semplicemente, ci ha chiesto di ricominciare da noi stesse. Di ritrovare il senso di una vita più riservata, meno affollata e più nostra. Sempre più donne oggi si ritrovano a vivere la propria realtà senza un compagno accanto. Senza la frenesia di riempirsi di persone intorno. Alcune lo scelgono, altre ci arrivano quasi senza accorgersene.

La Solitudine e il Valore sociale

La percezione del nostro valore ci è sfuggita di mano e la solitudine come tale non rientra tra le qualità considerate ammirevoli, ma piuttosto come un’ombra da dissipare. Una donna che sceglie di restare sola – o che, suo malgrado, si ritrova a vivere questa condizione – viene ancora oggi guardata con sospetto e interrogativi. Come fosse una sorta di anomalia, una devianza da correggere. Essere sole, non viene percepito come una scelta legittima, ma come un segnale di inadeguatezza o peggio ancora, un fallimento sociale. E così, tra diffidenza e pregiudizio, la solitudine per noi donne finisce con l’essere considerata un problema da risolvere più che un’opportunità da comprendere.

Costantemente esposte a standard di successo, bellezza, realizzazione personale e sociale il nostro valore viene esclusivamente influenzato da parametri esterni, apparenti e effimeri, che nulla hanno a che fare con il significato vero e proprio della parola valore. In un contesto culturale in cui una persona, uomo o donna che sia, è valutata dalla quantità di interazioni, dalla rete sociale che possiede e dalla sua capacità di essere sempre presente e attiva, la parola stima ha perso la sua identità.

Tutto questo in modo suadente e inconsapevole, ci spinge a perdere il contatto con il nostro vero io. Cerchiamo conferme all’esterno anziché riconoscere che dentro di noi valiamo, indipendentemente da tutto: dal nostro aspetto, dal nostro lavoro, dal consenso che riceviamo o dall’attenzione che ci viene riservata.

Quando la Solitudine diventa Potere

Abbiamo la necessità di fare spazio. Di fare silenzio. Ma la corsa alle distrazioni non ci lascia tregua e ricorriamo a ogni forma di esternalizzazione inutile – tra comparse e appuntamenti fissati – pur di riempire un’agenda che non può rimanere vuota. 

Il problema non è la solitudine in sé, ma il modo in cui la interpretiamo, il significato che le attribuiamo. È nel vuoto che possiamo dare inizio a una vera e propria ricostruzione di noi stesse. Vediamola quindi per ciò che realmente è: un momento di connessione profonda. Una promessa di amore. Un trampolino per riconoscersi al di là delle imposizioni e delle etichette. Un riscatto che nasce in un silenzio che non deve più essere spiegato.

Ma prima di arrivarci dobbiamo passare attraverso l’abbaglio più grande: quello che ci fa credere che senza approvazione non esistiamo.

Le False Sicurezze: la Paura del Distacco 

Siamo cresciute misurando il nostro valore attraverso lo sguardo degli altri. E se quel riconoscimento non arriva, ci sentiamo vuote, inutili, invisibili. Così portiamo avanti relazioni che non hanno più senso di esistere. Manteniamo legami solo per paura: paura di rimanere sole, senza soldi, senza un lavoro. Senza appigli. Affondiamo nella palude delle giustificazioni. Ci raccontiamo storie. Ci aggrappiamo a doveri. A ruoli. A prestazioni. Ma intanto ci stiamo tradendo.

A volte l’unico modo è allontanarsi. Per quanto sia doloroso, resta l’unica protezione che abbiamo per spezzare le dinamiche distruttive che si instaurano nel nostro inconscio. Emozioni ingannevoli e distorsioni limitanti, alle quali finiamo per credere, ma rischiano di definirci per ciò che non siamo. Zavorre che appesantiscono il nostro percorso evolutivo e ci tolgono l’energia e la forza necessarie per andare avanti. E tutto questo lo facciamo sacrificando la nostra libertà. Ma a quale scopo, se non per seppellire un dono che non ci verrà restituito, o almeno, non in questa forma?

L’allontanamento non deve fare paura. Il distacco non è mai casuale. È un processo di selezione naturale: quando qualcosa non è più allineato alla nostra verità e al proprio cammino personale, c’è un potere superiore che agisce per creare lo spazio necessario per qualcosa di meglio. 

All’inizio fa male: la mente resiste e il cuore si ribella. È un passaggio. Non nasconde un segnale di poco valore ma piuttosto ci sta dicendo: “Sei pronta. È ora di prendere il comando della tua vita e tornare a scegliere per te stessa.”

Consideriamo la solitudine come un laboratorio, un luogo sicuro. Uno spazio sacro in cui rinascere. Dove possiamo sperimentare. Ricostruirci. Sbagliare. E dare vita alla versione migliore e più autentica di noi. 

Quando Non hai Più niente da Dire 

Ancora oggi l’isolamento viene considerato nella sua accezione negativa per la quale, se sei sola, rifletti un segnale ambiguo. Da una parte diventa una sorta di castigo, un allontanamento dalle persone e dalla vita in cui hai sempre vissuto ma che ora – inspiegabilmente – non comprendi più. Le conversazioni diventano vuote di significato e ti ritrovi in una crisi esistenziale quasi di abbandono e vuoto. Come se dipendesse da te, ma non ne puoi fare a meno. Esci con le amiche. Ti siedi a cena con il compagno. Parli. Annuisci. Sorridi persino. Ma in realtà, sei altrove.

Dall’altro, i condizionamenti sociali sono sempre in prima linea per mortificare e schiacciare ogni nostra necessità, seppur inconsapevole, di fare una pausa e reimpostare il percorso. La sensazione diventa chiara. A un certo punto, nella vita di tutti, accade qualcosa. Un evento, un’emozione, un’intuizione. Se ben interpretato ci stacca da tutto quello che è noto per iniziare a guardare verso altre direzioni.

Sentiamo il bisogno di zittire le voci che abbiamo intorno. Di interrompere e oscurare le immagini che ci bombardano la mente. Di spegnere l’interruttore e invocare un fragoroso:

Adesso basta!

Non è sempre un dramma, e nemmeno una scelta precisa: è un allontanamento graduale – quasi impercettibile – che però ti cambia e diventa impossibile da ignorare. Cominci a capire che il silenzio non arriva quando tutto tace ma quando tu non hai più niente da dire. Ti ritrovi a vivere un’ambiguità che disorienta. E non sai se stai perdendo tu gli altri, o se stai ritrovando quella parte di te stessa – che negli anni – avevi dimenticato.

Una Voce Scomoda

Spesso questa sensazione non arriva come te l’aspetti. Non ha niente di speciale e non ha nemmeno le sembianze di un’illuminazione. Si presenta più come un fastidio, che non riesci a scrollarti di dosso. Una riflessione intima. Persistente. Che ti accompagna mentre fai le cose di tutti i giorni. Non si palesa con parole precise. È più un disagio. Qualcosa che ti disturba mentre cerchi di portare avanti la tua solita vita di sempre. E il problema è che questo malessere non sparisce. Cerchi di ignorarlo ma diventa sempre più insistente. Provi a metterla a tacere con mille impegni. Ma questa voce resta lì in sottofondo. Come se stesse aspettando – con aria di sfida – di essere affrontata. 

Non ti dice: “Ehi, guarda che questa è la strada giusta” magari fosse così. Piuttosto ti fa intuire che – quella che stai percorrendo adesso – non è più la tua strada. E ti spiazza perché non ti offre subito un’alternativa. Ti chiede solo di ammettere che qualcosa non va. Ti chiede di fare un passo. 

E lì comincia la fatica vera. Perché una volta che iniziamo a capire che qualcosa va cambiato, non possiamo più far finta di niente. Non possiamo tornare indietro e non possiamo restare ferme dove siamo. Non è una voce amica che ci consola. È una voce scomoda, antipatica che ci spintona. Ci mette davanti a noi stesse, alla famiglia, al lavoro, agli amici. A quello che abbiamo fatto fino a ora. A quelle che siamo state.

Ora sta a noi decidere se ascoltarla o continuare a far finta di non sentirla.

La solitudine, in ogni sua angolazione, merita di essere accettata e compresa. Quando arriva, c’è sempre un motivo: nasconde in sé orizzonti dimenticati pronti a ricordarci, ancora una volta, cosa vogliamo davvero. In quel silenzio c’è molto più di quel che pensiamo.

“La solitudine è la forza di essere soli. È lì che impariamo a essere la nostra migliore compagnia.”

– Jay Shetty –

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